Carceri: agente penitenziario tenta il suicidio

0

Nella caserma di Casal del Marmo un agente penitenziario tenta il suicidio. Il 42enne è ora ricoverato in condizioni critiche all’ospedale San Filippo Neri.

IL FATTO– L’Assistente Capo di Polizia Penitenziaria avrebbe tentato il suicidio impiccandosi nel bagno con una cinghia, ed ora lotta tra la vita e la morte. 42 anni, celibe, originario della Campania, era stato assegnato al Carcere Minorile Casal del Marmo di Roma. Era però fuori servizio per una patologia psicologica da diversi mesi, anche se ancora residente presso la caserma.
Il SAPPE (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria) rende noto che la pistola gli era già stata ritirata, anche se questo non ha impedito all’uomo di commettere il tragico gesto.

Donato Capece, il segretario generale del SAPPE, si dice attonito: “Sono davvero sgomento. Dall’inizio dell’anno sono stati ben 6 i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita.

UNA PROFESSIONE LOGORANTE- quella degli agenti penitenziari. E’ quello che viene denunciato sempre da Capece: “Certo è che è luogo comune pensare che lo stress lavorativo sia appannaggio solamente delle personepolizia-penitenziaria fragili e indifese: il fenomeno colpisce inevitabilmente anche quelle categorie di lavoratori che almeno nell’immaginario collettivo ne sarebbero esenti, ci riferiamo in modo particolare alle cosiddette “professioni di aiuto”, dove gli operatori sono costantemente esposti a situazioni stressogene alle quali ognuno di loro reagisce in base al ruolo ricoperto e alle specificità del gruppo di appartenenza. Il riferimento è, ad esempio, a tutti coloro che nell’ambito dell’Amministrazione di appartenenza spesso si ritrovano soli con i loro vissuti, demotivati e sottoposti ad innumerevoli rischi e ad occuparsi di vari stati di disagio familiare, di problemi sociali di infanzia maltrattata ovvero tutto quel mondo della marginalità che ha bisogno, soprattutto, di un aiuto immediato sulla strada per sopravvivere”.

LA SPERANZA- del segretario è che vengano al più presto attuate delle soluzioni per contrastare i disagi lavorativi a cui il Personale di Polizia Penitenziaria è sottoposto. La proposta è quella di strutturare un’apposita direzione medica impegnata nella tutela e la promozione della salute di tutti i dipendenti dell’Amministrazione Penitenziaria e della Giustizia Minorile.
Ad oggi l’unico supporto offerto agli agenti penitenziari sarebbe un numero telefonico (con sede a Roma) a cui potersi rivolgere in caso di gravi disagi personali sul luogo lavorativo.

LA SINDROME DA BURNOUT- sarebbe quella a cui si riferisce Capece. Il Burnout riguarda principalmente le professioni che implicano relazioni interpersonali, soprattutto se in contesti che creano forte pressione emotiva e stress. Tra le categorie più a rischio le professioni d’aiuto, come gli infermieri, i medici, i poliziotti, vigili del fuoco e gli insegnanti. Ma questa può colpire anche coloro che non si occupano direttamente di assistenza, ma si trovino comunque ad operare entrando in contatto con persone in forte stato di sofferenza o disagio.
La Sindrome da Burnout si articola in 4 fasi, che passano dalla scelta morale e idealistica di questo determinato tipo di lavoro alla completa spersonalizzazione e demoralizzazione verso la stessa. Questi passaggi sono accentuati e catalizzati da quantità di lavoro sempre maggiori, su turnazioni che si allungano, carichi  di stress.

LE CONSEGUENZE DEL BURNOUT- purtroppo tale sindrome non si limita a manifestarsi solo come indifferenza o superficialità nel proprio ambiente lavorativo. Spesso, nelle fasi più avanzate, si accompagna al deterioramento del benessere fisico e la manifestazione di sintomi psicosomatici: insonnia, depressione,abuso di alcol o sostanze psicoattive.  Nel casi più estremi, il suicidio.
La Sindrome di Burnout colpisce circa il 22% dei lavoratori europei.