“Baby”: una “serie” di errori adolescenziali – Recensione

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Il 30 Novembre è uscita su Netflix la tanto attesa serie sullo scandalo delle Baby squillo dei Parioli. Bene, diciamo che in questa serie si parla di tutto, meno che dello scandalo delle baby squillo. Si perché in realtà l’argomento è toccato in maniera molto marginale, lasciando più spazio agli intrecci amorosi dei protagonisti, quasi come fosse una fiction di Rai 1. Va detto comunque che dal punto di vista narrativo, scenografico ed emozionale, la serie offre veramente molti spunti e novità interessanti, partendo soprattutto dalla scelta di ottime giovani attrici e attori, fino

UN PRODOTTO FORSE TROPPO PER “BABY”, MA PER NULLA DA BUTTARE

Qualcuno si aspettava una serie stile “Suburra“, con avvincenti episodi e dettagli di cronaca romana, quella che si nasconde alla luce del giorno e mostra il lato oscuro della città eterna, perfino nel quartiere più “nobile” della capitale. Invece dai primi episodi (6 puntate in tutto) ne viene fuori un racconto molto superficiale, delicato, più simile a una fiction di Rai 1 che a un “Romanzo Criminale“. Solo l’inizio della serie sempre far presagire un racconto crudo e tagliente, con la voce narrante della protagonista che sintetizza gli aspetti della vita “pariolina”, ma in realtà il seguito è più una soap all’italiana piena di stereotipi e scene già viste.

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Forse però, più che un’errore, è stato un atto volontario, volto a coinvolgere intimamente un pubblico adolescenziale. Proprio come la realtà di cui si prova a parlare, una tematica che andava presa effettivamente con le pinze, visto il target a cui era rivolto.

Purtroppo però, queste pinze sembrano esser state fin troppo delicate, con il rischio di aver trascurato l’obiettivo principale della serie. Ovvero quello di sensibilizzare lo spettatore, giovane o adulto che sia, davanti a un problema nuovo e pericoloso di uno dei quartieri più rispettabili della città.

Solo dalla quarta puntata infatti si entra veramente nel vivo della questione, portando lo spettatore ad intuire le dinamiche di un sistema meschino e manipolatore, che approfitta delle difficoltà e dei disagi di giovani ragazzine per soddisfare gli interessi e le esigenze di chi risolve ogni suo problema quotidiano con il denaro, di chi vede in una ragazza di 16 anni un “servizio” per il suo benessere, neanche fosse un oggetto acquistato su un sito online.

I registi sono Andrea De Sica e Anna Negri, giovani esordienti ma già con un buon curriculum e riconoscimenti alle spalle (I figli della notte di De Sica è stato uno degli esordi più interessanti dell’ultimo biennio, a livello di regia). In più ci sono i GRAMS, il collettivo di scrittura che, affiancato da Giacomo Durzi e Isabella Aguilar, ne ha partorito idea e storia. Ecco, forse l’inesperienza di quest’ultimi o semplicemente la giovane età (appena più di un secolo in cinque), ha portato la serie verso una direzione originale nello storytelling e nella strategia di marketing, ma superficiale nel contenuto.

Questo fatto non condannerà di certo questo team di registi e sceneggiatori, anzi potrà essere sicuramente uno stimolo per migliorarsi, un trampolino di lancio per qualcosa che unisca la loro splendida tecnica narrativa ad un contenuto più profondo e meno stereotipato, più approfondito e meno adolescenziale.

BABY, SERIE PIONIERA DEL CINEMA MILLENIALS

Resta comunque il fatto che da questa serie è venuta fuori tanta qualità interpretativa dei baby attori e attrici, in particolare Alice Pagani e Benedetta Porcaroli, già conosciute dal pubblico per aver recitato rispettivamente in “Loro” di Paolo Sorrentino e in “Tutto può succedere“, fortunata fiction di Rai 1. Inoltre va sottolineato lo splendido lavoro fatto con il mondo social, messo in evidenza in tutta la serie, forse per la prima volta in un prodotto italiano. Proprio dal punto di vista scenografico, le conversazioni, la bacheca di Facebook e le immagini di Instagram vengono proiettate sullo schermo, rendendo partecipe lo spettatore di ogni minimo dettaglio relazionale, immedesimandosi dunque nella realtà che ormai accomuna tutti i Millenials.

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Va premiato inoltre il coinvolgimento di attori di spessore come Paolo Calabresi, Isabella Ferrari e Claudia Pandolfi, ottimi interpreti nei ruoli assegnatigli. La serie di intrighi amorosi poi riesce a catapultare appieno il giovane spettatore nelle vite dei protagonisti, conducendolo verso la giusta interpretazione degli eventi, senza lasciarlo troppo scottato.

SUPERFICIALITÀ O LEGGEREZZA? 

La serie comunque ha ricevuto diverse critiche per aver trasformato un fatto di cronaca in una sorta di telenovela per ragazzi; ma in realtà, guardandola da un’altra prospettiva, l’idea può esser stata quella di trattare un argomento assai delicato in maniera altrettanto delicata, al fine di far riflettere i giovani su quanto accade intorno a loro nella maniera più serena possibile, ma allo stesso tempo dandogli un monito sulle conseguenze che possono avere atteggiamenti come il bullismo o la discriminazione, specialmente in una zona benestante di Roma dove spesso il denaro e la vita mondana fanno da padrone, mettendo l’etica e l’educazione in secondo piano, forse anche all’ultimo.

Il pericolo si presenta quando queste tentazioni si avventano contro chi è più vulnerabile, più ingenuo, chi non riesce ancora a percepire il lato oscuro della vita, visto che fino a quel momento ha vissuto solamente il lato più dolce e spensierato di essa, ricco di errori e di esperienze. A questo va aggiunto il fatto di vivere in una zona della capitale dove tutto è permesso, basta staccare un assegno. Una combinazione che può diventare letale se si perdono di vista punti di riferimento come la famiglia o gli amici, come viene ben rappresentato nel corso della mini serie.

O meglio, come introduce Chiara (Benedetta Porcaroli) nella prima puntata “se hai 16 anni e vivi nel quartiere più bello di Roma, sei fortunato, il nostro è il migliore dei mondi possibili, siamo immersi in questo acquario bellissimo, ma sogniamo il mare. Ecco perché, per sopravvivere, abbiamo bisogno di una vita segreta”

I PERSONAGGI DI BABY: MA A VOLTE BASTA UN COMPLICE E TUTTO È PIÙ SEMPLICE…

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Ecco, proprio le due protagoniste, Chiara e Ludovica (Alice Pagani), sono gli opposti che si attraggono, due personalità molto diverse ma unite dalla voglia di evadere da quel mondo cosi bugiardo e traditore. La prima raffigura l’inquietudine e l’insicurezza dell’adolescenza, condita dall’immagine fragile dell’amore e della famiglia. I suoi genitori infatti sono separati in casa e cercano di soddisfare in ogni modo Chiara per farle avere la serenità che merita, ma in realtà non hanno mai provato a capirla. Non è un caso probabilmente se anche la sua indole sia quella di tradire, di essere bugiarda persino con la sua migliore amica.

Ludovica perciò diventa la sua valvola di sfogo, la sua prima complice. La ragazza è da tempo emarginata a scuola per via di un video hard pubblicato in rete da un suo compagno di liceo con cui ha intrattenuto dei rapporti sessuali. Soprannominata goliardicamente “secchiello”, la giovane ragazza è sola e riesce a vedere Chiara come l’unica amica di tutto il liceo, proponendogli qualche serata insieme. Ludovica rappresenta la spontaneità, la libertà ferita dall’idiozia e dall’ipocrisia altrui, che risponde con rabbia ad un mondo che l’ha tradita, facendosi risucchiare da una realtà che probabilmente non gli appartiene.

Damiano è il filo conduttore di tutta la serie. Lui è connesso alla vita di tutti i protagonisti, è “l’estraneo” del Quarticciolo, la mina vagante con un brusco passato alle spalle. La sua sincerità e il suo coraggio infastidiscono ma allo stesso affascinano i giovani “borghesi”, abituati a tutt’altro modo di vivere il quotidiano. Damiano perciò diventa un punto centrale, è lui a far scattare invidie, gelosie, pericoli e intrighi amorosi all’interno del tanto rispettato Liceo Collodi.

Ciò che comunque emerge di più dall’analisi di ogni singolo personaggio è la ripetizione di stereotipi adolescenziali già visti fin troppe volte nel nostro background cinematografico (Dallo spaccone di periferia fino al figlio gay del preside della scuola). Questo fattore ha sicuramente sfavorito il successo della serie, che ha erroneamente accantonato il tema centrale, concentrandosi di più sull’aspetto commerciale e coinvolgente. O almeno questo è quello che sembra.

Le similitudini con la serie spagnola “Elitè” sono molte. Gli stereotipi come abbiamo detto ci sono tutti, perciò possiamo dire tranquillamente che gli autori hanno cercato più di emozionare e trascinare il pubblico, piuttosto che sensibilizzare gli spettatori su un tema cosi importante e delicato.

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Da non sottovalutare invece la regia e la scenografia della serie. Andrea De Sica si appoggia a modelli ben affermati del cinema italiano e straniero, dando quantomeno un respiro internazionale al prodotto televisivo. Certamente più che una caratteristica, una necessità visto il respiro globale di Madre Netflix.

Ad ogni modo il pubblico di Netflix si aspettava ben altro da questa serie, nonostante i diversi spunti positivi del gruppo alla regia. Si nota senza dubbio un tocco di stile scenografico e di sceneggiatura molto giovanile e moderno, ma ciò che contava veramente trasmettere è stato dimenticato, facendo posto alle ormai viste e riviste dinamiche adolescenziali. Insomma, una bella cornice intorno a un quadro di poco valore.