Di padre in figlio: una giornata tra i campioni

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Il racconto in prima persona della festa di ieri sera allo Stadio Olimpico. Tanti incontri, tante storie, un’unica bandiera. Cinquant’anni di Lazio si sono esibiti per migliaia di tifosi. Uno spettacolo emozionante.

A metà mattina il cielo si è coperto di nuvole grigiastre. Forse pioverà. Falso allarme. Poco male, hanno fatto salire un po’ di adrenalina. Si è invece aperto un bel cielo, lievi scariche di vento che portano sollievo. È la giornata ideale per una partita di pallone. Appuntamento alle ore 16.00 presso l’hotel Donna Laura Palace, su Lungotevere. Decine di tifosi con i telefonini in mano attendono sorridenti l’arrivo dei loro idoli di ieri e di oggi. C’è aria di festa, voglia di ritrovarsi e stare insieme come ai vecchi tempi. I decani fanno gli onori di casa. Pino Wilson, Giancarlo Oddi e tutti i campioni di una volta, quelli che nel ’74 hanno regalato un sogno a centinaia di migliaia di laziali. Quelli che io non ho fatto in tempo a vedere nemmeno a mezzo busto nelle figurine. Abbracci intensi, sorrisi infiniti, pacche sulle spalle. Aneddoti da spogliatoio. “Ma ti ricordi quando…” e giù a ridere. C’è Gigi Casiraghi, appena atterrato dal Qatar dove lavora insieme a Gianfranco Zola. Ci sono anche Angelo Gregucci, Massimo Piscedda, Giancarlo Marini, che posano a braccetto con i tifosi. Riedle, Doll, con il loro italiano ancora zoppicante. Qualcosa si muove, giù in fondo, nei pressi dell’entrata. Eccoli, eccoli che arrivano, i più giovani. Li riconosci subito. Polo a maniche corte o t-shirt strappate, come vuole la moda di oggi. Jeans sportivi. Stefano Fiore, Bernardo Corradi, Roberto Baronio, Fabio Liverani e altri ancora. Sono loro ad attirare il grosso dei tifosi, quelli che nel 2000, magari, frequentavano ancora il liceo. Ma il tempo dei convenevoli è finito.

Tutti sul pullman, si va allo stadio. Zaini in spalla, come una scolaresca, saliamo in fila indiana. Sembra di partire per una gita fuori porta. Grandi e piccini si danno del tu. “Papà, da quant’è che non sali su un pullman così?” gli chiedo, seduto accanto a lui. “Tanto, tantissimo” e riprende il discorso con Agostinelli, della sua esperienza da tecnico in Albania. Dario Marcolin afferra il microfono e s’improvvisa guida turistica. “Prima di andare allo stadio, ci fermeremo al Circo Massimo, quindi Colosseo, e poi Ara Pacis…”. Cesar (o anche “Cesarino”) passa tra i seggiolini, chiede scherzosamente di esibire il biglietto della corsa. Poi si volta di spalle, e scatta un selfie.

di padre in figlio

Sono le 18, mancano tre ore all’inizio dei giochi. Fiancheggiamo lo stadio. Viale dei Olimpionici è piena zeppa di tifosi che sbandierano sciarpe e gagliardetti al passaggio dei due pullman. Scendiamo, recuperiamo la nostra roba e attraversiamo il sottopassaggio che porta agli spogliatoi. Il mio gruppo entra nel primo a sinistra. Aia, brutta storia, questa. È lo spogliatoio della Roma. Ma i sedili giallorossi e un bel “Siamo la Roma!” scritto a caratteri cubitali, non scoraggiano il gruppo. Andiamo a fare un giro in campo, lo stadio è praticamente vuoto. Un po’ di intimità non guasta. C’è chi accarezza l’erba, chi invece si incammina verso la porta o il centrocampo. Una piacevole nostalgia.

Arrivano i primi giornalisti. Il mitico Toni Malco intervista ora questo, ora quest’altro. “Emozionato?” chiede a Franco Nanni. “Ai tempi miei” risponde abbracciando lo stadio, “non era così. Era sempre pieno, in casa e fuori casa…”. Rientriamo dentro. Iniziamo a cambiarci. Loro, è bene ammetterlo, sono un po’ fuori forma. Ma che volete farci, l’importante è esserci, oggi. Mimmo Caso, Di Chiara, Brunetti e Gigi Corino ricordano i tempi andati. E Mister Fascetti se la ride, seduto sulla poltrona che solo per oggi ha preso in prestito da un altro grandissimo campione, Francesco Totti. Dopo una buona mezz’ora risaliamo, (“Certo che le magliette potevano farle un po’ meno attillate…” dice mio papà, battendosi l’addome). Il cielo si è imbrunito e lo stadio, che bello, si sta riempiendo piano piano. Il presentatore prende il microfono. Dà il via alla parata della Polisportiva Lazio. Ragazzi, tanti ragazzi, sfilano assieme sventolando il vessillo biancoazzurro. Non solo: la gran parte dei partecipanti ha portato con sé la famiglia. E il bordo campo, nello spazio tra le due panchine, è un tripudio di ragazzi. Tutti con la maglia della Lazio indosso, ovviamente. Perché in fondo è questo il senso di una giornata così. Di padre in figlio. Tradere, direbbero i latini, consegnare qualcosa alla nuova generazione che verrà. La curva nord, intanto, prende peso e forma. “Lazio! Lazio! Lazio!” gridano, mentre dalle casse partono le prime note dell’inno. Momento emozionante. È difficile non cedere. Volfango Patarca, storico tecnico del settore giovanile, è accanto alla panchina e non riesce a trattenere le lacrime. Sensazioni forti. Lo stadio si trasforma presto in una bolgia di affetto, di amore, di Lazio.

di padre in figlio

Mio papà è vestito di giallo. Siamo a bordo campo. Lo aiuto a infilarsi i guanti. “Da quant’è che non metti un paio di questi?” gli chiedo. “Eh” sospira, “un bel po’”. Sopra le nostre teste vola Olimpia, l’aquila, l’aquila che vola nel cielo, l’aquila simbolo e portabandiera della Società Sportiva Lazio. Quattro paracadutisti si sono lanciati dall’elicottero, nonostante le forti raffiche di vento che mettevano a rischio la loro incolumità. È uno spettacolo continuo. Il presentatore avanza al centro del campo. Pochi minuti all’inizio degli incontri. Gli animi iniziano a fomentarsi. È il momento dei grandi protagonisti della storia secolare di questa squadra. Di quelli che ci sono ancora e di quelli che non ci sono più. Sul grande schermo passano le loro foto, parecchie in bianco e nero. Tommaso Maestrelli, che più di ogni altro è rimasto nei cuori della tifoseria, e la signora Gina, sua moglie che cuciva gli scudetti sulle maglie dei calciatori appena laureatisi campioni d’Italia. Era il 1974. La Lazio di Chinaglia, di Oddi, di Wilson. Ma anche di Luciano Re Cecconi, di Mario Frustalupi. Scroscio di applausi anche al nome di Gabriele Sandri, che ci è stato portato via quel maledetto 11 novembre. E per Vincenzo Paparelli. Un uomo minuto, ben vestito, si fa largo in mezzo al campo. “Ser-gio! Ser-gio!” cantano i tifosi. È Sergio Cragnotti. Quel suo sorriso inconfondibile. Forse è proprio quel sorriso a darmi la sensazione che non sia invecchiato di un mese. In undici anni di presidenza 1 scudetto, 2 coppe Italia, 2 supercoppe Italiane, 1 coppa delle coppe, 1 Supercoppa UEFA. Nessuno come lui. Standing ovation. Va a sedersi in panchina, accanto a Delio Rossi e qualche tifoso.

Si comincia. Tutti pronti. Si gioca. Mini-match da 25 minuti. 35 mila occhi puntati sul campo, ma alcuni azzardano anche cifre più alte come 45, 50 mila. La quaterna arbitrale entra in campo. Ad affrontarsi per prime, due squadre che nella storia del club avranno per sempre il loro posto d’onore. I «ragazzini» dello scudetto del ’74 contro gli altri ragazzini, quelli che invece la Lazio l’hanno salvata, pur iniziando con nove punti di penalizzazione. Correva la stagione calcistica 1986-87. Da Pulici a Manservisi, da Orsi a Ruben Sosa (“E Ruben-Ruben-Ruben-Ruben Sosa…” intona la curva). A dare man forte ai più anziani ci hanno pensato i vari Fiore, Cesar, Corradi, Castroman. Le altre sfide, invece, sono state più scattanti ed equilibrate: Marco Ballotta, Guerino Gottardi, Giuseppe Pancaro, Paolo Negro, Dejan Stankovic. Ma anche Giuliano Giannichedda, Angelo Peruzzi, Roberto Rambaudi. Gran parte della Lazio del secondo scudetto era ancora lì, a tirare, instancabilmente, i calci a quel pallone, come se il tempo si fosse fermato. E il pubblico gradisce. Applaude. Applaude sempre. Pochi i cori contro l’attuale presidente della società, Claudio Lotito; tanto, invece, l’affetto e il rispetto nei confronti non solo del passato, ma anche del futuro di questa squadra, di questi colori. Perché il senso di tutto, in fondo, mi pare che sia stato afferrato piuttosto bene da tutti. Andare incontro ai giovani, alle generazioni che verranno. Accoglierli, renderli partecipi. Tramandare loro l’esempio dell’amato e ormai vecchio padre. Un esempio di umiltà, di sacrificio, di sano agonismo. Quella del 23 maggio 2016 è stata una festa che ci ha lasciato un bell’insegnamento: persistere. Persistere a tramandare ancora, per cinquanta, cento, duecento anni, l’amore per questo sport, la fiducia in questi colori. Persistere a tramandarli nell’unico e più sicuro modo esistente.

A fine partita guardo mio padre, che per gli ultimi 5 minuti di gara mi ha concesso di prendere il suo posto tra i pali, quelli che per tredici anni sono stati i suoi pali. Lo guardo mentre faccio il gesto di ridargli i guanti. “Tienili tu” mi ha detto. Ecco, ho pensato, è così che dovrebbe andare. Non solo nel calcio. Così, di padre in figlio.

Gabriele Orsi